domenica 12 settembre 2010

Somewhere else


Quanti film ci hanno raccontato la crisi di figli lasciati soli da genitori separati, debosciati, spesso le due cose insieme? Dai tempi di Kramer contro Kramer, uno dei capostipiti del genere, pellicola di rara profondità e delicatezza, oltre alla famiglia e'andato in crisi anche il cinema. Il risultato di questa involuzione e' il Leone d'oro a Somewhere, fotocopia sbiadita di Lost in Translation, altra regia di Sofia Coppola decisamente sopravvalutata.

Una volta il cinema si occupava della vita, oggi avviene il contrario, il cinema racconta sé stesso, come fa la tv con i reality, ma in chiave sfigata: la celluloide diventa autoreferenziale per piangersi addosso. Il film ruota attorno a un padre attore di successo con annessa vita dissoluta che, come avviene anche ai geometri (a parte la vita dissoluta), non è in grado di costruire un rapporto decente con la figlia e cerca di rimediare come può, alla ricerca del vero senso della vita (sic). Abbandonata la narrazione lineare, tutta la storia si dipana attraverso un affastellarsi di episodi, probabilmente montati da un bambino bendato come nelle estrazioni del Lotto, che dovrebbero restituirci la crisi tra i due e poi il suo parziale, malinconico superamento.

La storia ricalca l'infanzia di Sofia Coppola che, figlia del grande Francis, ha passato diversi anni dimorando tristemente in alberghi a cinque stelle e con un padre che, se l’attore protagonista e' il suo alter ego, si scopava chiunque gli capitasse a tiro. Posto che e' sempre meglio essere infelice in una suite con piscina privata al Principe di Savoia che in un monolocale a Tor Bella Monaca, la giovane regista adesso vuole rifarsi a nostre spese dei (presunti) torti subìti, ammorbandoci con uno stile lagnoso e conformista, seguendo le orme del padre. Con due piccole differenze: lui era il cinema, lei vorrebbe esserlo; lui girava, lei gira a vuoto.

Le atmosfere sordide del Padrino continuano ad avere un ruolo nella vita della piccola Coppola (nomen omen): l'italico familismo amorale, una delle radici della subcultura mafiosa qui in versione red carpet, appare come il principale atout che le ha consentito di vincere un immeritato Leone grazie al Presidente di giuria Quentin Tarantino, suo ex nella vita reale. Probabilmente la leggiadra Sofia sublimerà questa ennesima ingiustizia che la vita le ha riservato nel suo prossimo film, magari sempre ambientato in un albergo, "non-luogo" perfettamente speculare al suo "non-cinema". E anche in quell'occasione, troverà in giuria un amico di papà, o un altro ex, o un cugino, o Nicolas Cage, anche lui parte della famigghia, tutti disposti ad aiutarla con l'eterna scusa che si riserva a quelli che nella vita se la cavano così così: poverina, ha avuto un'infanzia difficile.

Nessun commento: