sabato 19 dicembre 2009

Lo scemo del villaggio globale

Li abbiamo sempre osservati distrattamente, con supponenza radical-chic, sulle bancarelle del centro: simil-colossei, riproduzioni del David o della bocca della verità, torridipisa e cupoloni. Non avremmo mai immaginato che uno di quei souvenir innocui, da trastullo per turisti bambacioni, potesse arrivare a modificare il corso della storia che, nella loro stereotipata capacità rappresentativa, cercano di riprodurre.

Invece una miniatura del Duomo colpisce Berlusconi: un’icona kitsch contro un’icona pop. La prima sembra vincere lo scontro sul piano muscolare, la seconda si aggiudica però il match decisivo, quello simbolico: un danno fisico si trasforma in un vantaggio politico. Un oggetto contundente - Frassica direbbe “contro un dente” - nulla può contro il martirio cristologico: dietro il Duomo di Milano, quello vero, in piena atmosfera natalizia, un uomo ferito si mostra alla folla, difensore ultimo della libertà.

Un evento di cronaca diventa improvvisamente fiaba, scritta inconsapevolmente dalla mano di un folle che non aveva letto Ionesco, quando diceva: “La ragione è la follia del più forte”. Il gesto inconsulto di un matto viene immediatamente assorbito e reintepretato, si cercano i mandanti morali e si apre un clima da caccia alle streghe di memoria maccartista. Come nella canzone di De Andrè, lo scemo del villaggio (globale) viene ingoiato da una narrazione più grande di lui.
Del resto, una delle letture sempre citate e raccomandate dal nostro Presidente del Consiglio è stata l’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam, addirittura stampato nel 1990 da Silvio Berlusconi Editore. Tartaglia, un poveraccio criminale del quale tra poco dimenticheremo il nome, ha trovato un folle molto più folle di lui. “Nella vita bisogna avere coraggio e io ho sempre osato l’impossibile”, disse il Cavaliere presentando alle scolaresche l’opera dell’umanista olandese.
Opera nella quale la Follia sfila come uno degli dei, figlia di Plutos e della Freschezza e allevata dall'ignoranza e dall'ubriachezza, i cui fedeli compagni includono Philautia (Vanità), Kolakia (Adulazione), Lethe (Dimenticanza), Misoponia (Accidia), Hedone (Piacere), Anoia (Demenza), Tryphe (Licensiosità), Komos (Intemperanza) ed Eegretos Hypnos (sonno mortale). Impressionante: sembrano gli spiriti che animano il Popolo della Libertà.
Follia e genio spesso si toccano da vicino. Per questo il martire del gesto, violento e vigliacco, può adesso proporsi come il campione dell’amore, che vince sull’odio. Posizionamento vincente, che parla all’Italia semplice con emotiva immediatezza: mi detestano, mi invidiano, guardate cosa mi fanno, a che punto arrivano questi comunisti.
Esistono categorie analitiche raffinate che sono, naturalmente, più efficaci e penetranti nello svelamento dei meccanismi di psicologia sociale sottostanti quel gesto violento, ma parlano purtroppo a un pubblico ristretto. E’ infatti verosimile quanto sostiene Galimberti: Berlusconi, come tutti gli uomini carismatici, è in grado di produrre amore e odio e la personalizzazione esasperata ha fatto il resto. Se, da politico, diventi la rockstar dell’anno (a proposito, portasse sfiga la testata Rolling Stones?), il “No B. Day” è solo l’altra faccia del “Meno male che Silvio c’è”. Il rischio di una forte esposizione simbolica è questo: diventi il catalizzatore di sentimenti, come John Lennon o come Obama, per il quale infatti si è sempre parlato di un forte rischio attentati.
Qui veniamo al punto decisivo sollevato da Travaglio: è lecito odiare? In privato certamente sì, ciascuno di noi ha le proprie idiosincrasie, l’importante è che non si tramutino in reati o in istigazioni a delinquere. Il punto però è un altro: l’odio ha senso nella vita pubblica? Certamente no. Come non ne ha l’amore. L’amore lo chiedono i dittatori. Una democrazia non deve essere governata con i sentimenti, ma con il senso critico dei cittadini che, correttamente informati, giudicano l’operato dei governanti. L’odio e l’amore non c’entrano nulla, servono solo a inquinare la partita.
Queste interpretazioni richiedono un certo grado di riflessività e sono più difficili da far “passare” presso un folto elettorato che ormai ragiona più con la pancia che con la testa, rispecchiandosi nella lettura immediata e semplicistica Amore vs. Odio. In questa visione primitiva, tutto il resto diventa sterile chiacchiericcio tipico di un “culturame” di sinistra, una sinistra “elitaria e parassitaria” che deve andare a “morire ammazzata”, come sottolinea l’amorevole Ministro Brunetta. Il Partito dell’Amore, già coniato da Moana Pozzi, oggi ci viene riproposto dalla Presidenza del Consiglio. Ciascuno ha le sue ispirazioni politiche.
Quel souvenir d’Italie volato domenica scorsa ci ricorda che siamo una democrazia fragile, con un’opinione pubblica poco istruita, facile preda di argomentazioni populiste. Del resto anche le modalità un po’ farsesche dell’aggressione ci ricordano più il comico di Zelig che grida “Attentato!” che non la vicenda di Aldo Moro, impropriamente chiamata in causa in questi giorni. Come ricorda Gramellini, Aldo Moro venne attaccato in quanto rappresentava lo Stato. Berlusconi in quanto rappresenta sé stesso.

domenica 13 dicembre 2009

Il papino

“Chi controlla il passato controlla il futuro. E chi controlla il presente controlla il passato.” La frase di Orwell mi è venuta in mente l’altro giorno, quando Berlusconi se l’è presa con “La Piovra”, giurando di volerne “strozzare” gli autori, che avrebbero mortificato l’immagine dell’Italia all’estero. Perché prendersela con una miniserie che non va più in onda da anni?

Negli ultimi anni sono state trasmesse molte altre fiction sulla mafia, con una Sicilia da cartolina e una concezione vagamente estetizzante del potere dei boss: quelle non hanno infastidito il premier. “La piovra” mise sotto accusa la rete estesa di connivenze, i tentacoli della malavita che arrivavano a banche, avvocati, politici, a livello non solo locale ma nazionale e internazionale. Proprio ciò che caratterizza Cosa Nostra e le mafie del nostro Paese, distinguendole da altri fenomeni criminali.

Quest’analisi, chissà perché, deve aver innervosito parecchio il Cavaliere, come se non fosse vero che le mafie hanno prosperato e continuano a godere di ottima salute proprio grazie alle resistenti saldature con il potere politico ed economico. Come al solito, nella concezione della propaganda berlusconiana, non conta la realtà ma la sua rappresentazione; la vecchia storia del dito che, indicando la luna, diventa protagonista più della luna stessa.

Quello sceneggiato apparteneva ad un’altra epoca della Rai e della nostra tv, che oggi sarebbe considerata “eretica” e “faziosa”. Se ne discuteva in famiglia, sui mezzi pubblici, in piazza, al bar. L’ultima puntata della quarta serie, quella di maggior successo, andata in onda il 19 marzo 1984, fu seguita da 15 milioni di telespettatori. Contribuì, più di molti telegiornali, a creare una consapevolezza diffusa della struttura del fenomeno mafioso. Per questo Berlusconi ancora oggi lo evoca e lo teme: controllando il presente, sa di dover controllare anche il passato.

Andreotti criticava il cinema neorealista, che mostrava le miserie del dopoguerra, dicendo che “i panni sporchi si lavano in famiglia”. Oggi i panni sporchi sono miracolosamente puliti, anzi “bianchi che più bianchi non si può”, secondo una fortunata pubblicità, arte in cui il Berlusca è maestro. Non potendo negare l’esistenza della mafia (almeno finora), per la creazione del mito serve un archetipo narrativo. Eccolo: “la mafia è in ginocchio e non ha mai avuto rapporti con la politica”.

Il passato va reso coerente con questa fiaba e “La piovra” è stato un successo, minaccioso in quanto popolare, un ricordo ancora troppo vivido per buona parte dell’opinione pubblica: rappresentava una contraddizione inaccettabile nel labirinto di specchi lucenti in cui Berlusconi ha rinchiuso l’intero Paese.

martedì 8 dicembre 2009

Un po' di futuro

“Oggi è il giorno della marmotta!” era l’annuncio quotidiano di uno speaker radiofonico che Bill Murray, condannato a rivivere sempre la stessa giornata, ascoltava ogni mattina al suo risveglio nel film Ricomincio da capo. Un paradosso temporale, un incubo tragicomico che ricorda terribilmente il mio, ogni volta che apro un giornale.

Da quindici anni, sempre lo stesso quotidiano, gli stessi titoli: le evocate (e mai realizzate) riforme e l’inevitabile “dialogo”, cui segue lo “scontro”; le infinite polemiche sulla giustizia, le tasse e l’evasione; l’irrisolto conflitto di interessi; le eterne collusioni con la mafia; le diuturne, sterili provocazioni demagogiche della Lega.

Specchio del Paese, la stessa tv è avara di novità: Grande fratello 10, Distretto di polizia 9, Un medico in famiglia 6, Don Matteo 7. Prodotti decrepiti, lontani anni luce dall’innovazione narrativa delle produzioni tv statunitensi, vengono pigramente tenuti in vita con accanimento terapeutico per un pubblico vecchio, anagraficamente e culturalmente.

Una televisione mummificata, eterna replica di un Paese immobile. Negli ultimi giorni, il direttore generale della Luiss Pier Luigi Celli ha stigmatizzato l’assenza di meritocrazia, invitando i giovani italiani ad andarsene all’estero. Fingiamo che il mittente sia credibile, perché dovremmo ricordare che Celli è stato uno dei manager nazionali più potenti, quindi lui fa parte del problema, non della soluzione. Oltretutto, la lettera al figlio è stata un efficace traino al suo libro in uscita. Infine, sarebbe doveroso osservare che, se il figlio andasse davvero oltreconfine, avremmo almeno un raccomandato in meno.

Passando al contenuto della missiva, mi sono stufato di questi appelli alla fuga, come se la soluzione potesse davvero essere un esodo di massa, una transumanza dei neolaureati verso Ventimiglia e il Brennero. Potendo scegliere, a uno spostamento nello spazio preferirei un salto nel tempo. Una salutare proiezione in avanti che mi consentisse di rimanere qui in Italia, Paese che amo, cercando di scorgere, tra le rovine del passato antico e recente, anche un po’ di futuro.

domenica 6 dicembre 2009

Il colore viola

“Silvio sei stato nominato”, “Più alto che onesto”, ma anche un liberatorio “Ci hai rotto il cazzo”. Ironia e rabbia sugli striscioni della storica manifestazione di ieri, per la prima volta organizzata dal basso, su Internet, senza avere le spalle coperte da un partito o da un sindacato. E’ la prima volta in Italia che un corteo così affollato si organizza autonomamente sulla rete. Nel mondo, l’unico precedente significativo è il MoveOn.org, che ha portato all’elezione di Obama. Loro dovevano uscire dall’era Bush, noi proviamo ad uscire dal berlusconismo.

I cittadini per bene sono tanti, esasperati dallo stupro quotidiano della legalità e della democrazia, consumato nell’apparente indifferenza generale. Era ed è un diritto-dovere far sentire la nostra voce, non trovando alcun conforto nelle esangui prese di posizione del Partito Democratico, che ieri si notava per la sua inspiegabile assenza. Viene in mente la famosa vignetta di Forattini del ’77, quando ancora sapeva disegnare, che mostrava un borghesissimo Berlinguer in vestaglia intento a sorseggiare un tè sotto un ritratto di Marx, mentre dalla finestra aperta del suo salotto penetravano gli echi fastidiosi della manifestazione dei metalmeccanici.

Il tè di ieri pomeriggio potrebbe costare caro a Pierluigi Bersani, il neoeletto segretario che ha perso un’occasione clamorosa per “riagganciare” una base di elettori potenziali o di ex votanti delusi dall’apatia del Piddì. Le seghe mentali che si fanno in via Sant'Andrea delle Fratte (ma è qui che stanno? Sono talmente anonimi che non si conosce nemmeno l’indirizzo. Altri tempi quelli di Botteghe Oscure…) si riassumono mirabilmente nelle parole dello stratega Franco Marini: “Così non si manda a casa Berlusconi. Anzi.”

Infatti con le loro scelte brillanti ce lo teniamo da 15 anni.

Presenti al No B. Day c’erano, tra gli altri, Bindi, Franceschini, Melandri e Serracchiani, non si capisce se a titolo personale o in rappresentanza di un partito in evidente stato confusionale. La grande onda viola di ieri, civile e dignitosamente “contro”, deve trovare un approdo politico, la concretezza di una proposta alternativa forte, che all’orizzonte neppure si scorge. E che non potrà certo essere elaborata da un’oligarchia democratica, sempre la stessa da troppi anni, pericolosamente autoreferenziale.

I cani da guardia della maggioranza ringhiavano ieri contro la piazza “giustizialista”. La guerriglia semantica del PdL è ormai nota, l’aggettivo degenerato viene usato per svilire il sostantivo nobile: il giustizialismo neutralizza la giustizia, il moralismo deligittima la morale. Il merito delle accuse viene assorbito dal giochino e per loro non conta nulla: dalle recenti accuse dei pentiti di mafia alle patetiche trovate per sottrarsi ai processi, dal conflitto di interessi all’elogio dei dittatori.

Le fondamentali dichiarazioni degli zelanti impiegati Cicchitto e Capezzone in versione weekend sono state puntualmente raccolte dalle stesse tv generaliste (Rai, Mediaset, la7) che ieri non hanno dato la diretta: un privilegio concesso solo a segretari di partito e di sindacati. Per i cittadini, evidentemente, non ne vale la pena. I giornalisti che dirigono i tg e i politici che ce li hanno piazzati fanno parte di un’unica casta, incartapecorita e allarmata, che reagisce spalleggiandosi di fronte a una realtà che avevano sottovalutato e che li sorprende, sottraendogli parte del loro enorme potere: la forza crescente della rete.

La comunicazione orizzontale contro quella verticale, cittadini attivi contro spettatori passivi, informazione diffusa contro propaganda unidirezionale. Sono due modelli culturali, sociali e politici contrapposti. Il confronto è appena iniziato: abbiamo finalmente capito che l’avversario non è solo un partito politico, ma è, anche e soprattutto, un impero mediatico. Per affrontare il quale serve un altro media, altrettanto potente e pervasivo.

In mancanza della tv, quel mezzo è Internet, che il PD lo voglia o no.

sabato 28 novembre 2009

Il TG5 e la fabbrica di cioccolato

Il tormentato passaggio al digitale terrestre (descritto da Luciana Littizzetto come “qualcosa per cui vediamo male, a pagamento, quello che prima vedevamo bene, gratis”) ha misteriosamente offuscato le frequenze della Rai dal televisore della mia cucina. Così l’altra sera a ora di cena, dopo anni di colpevole distrazione, ho visto l’edizione delle 20 del TG5.

Si tratta dell’edizione principale, quella nella quale si dovrebbero riassumere in mezz’ora i fatti salienti, italiani e internazionali. Gli ultimi dieci minuti del sedicente telegiornale mi lasciano senza fiato. Dopo un fondamentale servizio (di Veronica Gervaso, figlia di cotanto padre) sul maltrattamento di astici e aragoste nei ristoranti, la scaletta è fatta di zucchero filato.

Cristina Parodi, fatina dolcemente affabulatrice, parte con i vetrinisti di Natale, impegnati nell’addobbare i negozi di via Montenapoleone: per gli appassionati del genere, sappiate che quest’anno vanno molto il bianco, il nero, l’oro e l’argento. E per chi non ha tempo di dedicarsi agli acquisti? C’è sempre lo shopping on line, che naturalmente “impazza” per la moda. L’eventualità che qualcuno difetti non del tempo ma dei soldi non li sfiora neppure. A proposito di Natale, come non dedicare un servizio ai videogiochi, “protagonisti” dei regali di quest’anno? C’è anche il tempo per elogiare il governo italiano, che ha incoraggiato la normativa europea sui bollini con le età minime consentite per ogni videogame. Urka! Nel finale, passare dai videogiochi ai bambini è una passeggiata: la chiusura è per il lancio del programma di Bonolis con quei simpatici “peperini”.

L’impaginazione del caramelloso bollettino è perfetta, trasuda ottimismo e felicità: oltre all’indice di ascolto, nelle trasmissioni Mediaset dovrebbero misurare il tasso di glicemia. Al confronto di quello che ho visto, Mentana era un pericoloso bolscevico: Mimun si accontenta del suo ruolo di Willy Wonka che presenta un mondo magico, dove tutto è commestibile e sfacciatamente attraente. Alla fine del Tg, Bonolis si chiede “Chi ha incastrato Peter Pan?”. Domanda peregrina, caro Bonolis: Peter Pan è vivo, in salute e tutte le sere ci trasporta magicamente sulla (pen)isola che non c’è.

martedì 24 novembre 2009

Da Apicella a Mick Jagger

- La rivista Rolling Stones incorona il Cavaliere: “E’ la rockstar dell’anno”.
Bersani ha già sfanculato Vasco Rossi...

- Non vediamo l’ora di sentire “Meno male che Silvio c’è” eseguito con la chitarra elettrica…

- E noi che pensavamo che Silvio preferisse la “chitarrina”….

- Fini ha subito ribattezzato la rivista: “Rolling Stronz”…

- Comunque lo sapevo: i miei preferiti sono sempre stati i Beatles…

Tavola Rotondi

- Il Ministro per l'Attuazione del programma Rotondi dichiara di saltare il pranzo per non compromettere la sua produttività. A Gianfrà magna tranquillo...

- Del resto viene da un partito, la DC, che è stato in pausa pranzo per 50 anni…

- Se si nasce quadrati non si può morire Rotondi…

venerdì 20 novembre 2009

Almanacco del giorno dopo
(settimana dal 15 al 21 novembre)


DOMENICA
Trovata l'acqua sulla luna. Euforia nel governo italiano, che vuole privatizzare pure quella.

LUNEDI'
Schermi tv oscurati in mezza Roma a causa del passaggio al digitale terrestre. A protestare è l'altra metà, costretta a continuare a vedere le esternazioni di Capezzone.

MARTEDI'
Il Tribunale brasiliano su Battisti: "Commise delitti comuni, non politici". Tu chiamale, se vuoi, estradizioni.

MERCOLEDI'
Si ridimensiona il vertice di Copenhagen. Gli ambientalisti suonano la sirenetta d'allarme.

GIOVEDI'
Brescia, comune leghista lancia l'operazione "White Christmas": per le feste via tutti i clandestini. Avvistata in Val Trompia una statuetta della Madonna che vomitava.

VENERDI'
Si moltiplicano articoli e saggi sul tema "la televisione ci cambia la vita". Peccato: troppo tardi.

SABATO
Alessandra Mussolini denuncia: "Il cervello di mio nonno in vendita su eBay". Lei non corre rischi.

mercoledì 11 novembre 2009

Quando la banda passò

Congelati gli 800 milioni di euro previsti per la banda larga. Il comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe, by the way diretto da Nicola Cosentino) ha dato il via libera a progetti infrastrutturali per 8,7 miliardi di euro, tra i quali il Ponte sullo Stretto (opera del resto assai virtuale) e l' Expo 2015, ma nessuna risorsa è stata destinata al piano che prevede di portare la velocità di Internet a 20 megabit al 96% della popolazione.

Eppure siamo già in forte ritardo: il 12 per cento degli italiani oggi non ha nep­pure i 2 megabit al secondo conside­rati la soglia minima per un Paese moderno. Ma se prendiamo a riferi­mento i 20 megabit che assicurano l’Internet veloce, secondo i dati del­l’Osservatorio Banda Larga di Between la percentuale si innalza al 39 per cento. Una delle più alte d’Eu­ropa.

Una scelta prevedibile: Berlusconi è un anziano miliardario che ha fondato la sua fortuna sui media tradizionali. Incarna un modello di comunicazione top-down, tipicamente televisivo: la veicolazione del messaggio è verticale e non prevede possibilità di replica.

Scarsa mobilità sociale, ridotta libertà di informazione, target tendenzialmente passivo: il massimo della partecipazione consentita è il televoto. Culturalmente e anagraficamente, il web è estraneo alle scelte di questo governo, che preferisce occuparsi del digitale terrestre anziché del digital divide. La leadership di Obama, di segno orizzontale, non a caso si è affermata con Internet: comunicazione partecipata e social network vivono al meglio in una società aperta e plurale.

Trevor Fitzgibbon è stato tra gli attivisti più importanti di
MoveOn. org, movimento da più di cinque milioni di iscritti che ha contribuito "dal basso" a far salire Barack Obama alla Casa Bianca: “Il web permette di unire i valori, come prima i partiti. Abbiamo blog, Facebook, MySpace, Huffington Post, una ricchezza di modi per parlare in modo indipendente dai governi, dalle aziende, dalle Borse. I social network sono un'arma potente per l'informazione e l'educazione, sono uno strumento civico. MoveOn ha raccolto con un fundraising online oltre 58 milioni di dollari, mobilitando un milione di volontari”.

Non è escluso che domani persino Berlusconi possa convertirsi al web, naturalmente colonizzandolo a modo suo, come già da Cologno stanno cercando di fare attraverso progetti pseudo informativi, ad esempio il Tgcom. Per adesso, l’unica forma di relazione orizzontale realmente apprezzata dalla Casa non prevede la rete. Al massimo, le calze a rete.

martedì 10 novembre 2009

La baggianata del super PIL italiano

Il Regno Unito non sta andando bene, in termini di crescita, ma è meglio dell'Italia. Al tempo stesso nell'ultimo anno la sterlina si è svalutata rispetto all'euro: il "sorpasso" dipende solo dalla svalutazione monetaria (Sandro Brusco, docente di Economia presso la State University of New York at Stony Brook, "Il fatto quotidiano")

sabato 7 novembre 2009

Almanacco del giorno dopo




Domenica
Dopo decenni di dibattito sulla “terza via”, abbiamo finalmente capito. Né capitalismo né comunismo, né destra né sinistra, né maschio né femmina. E’ via Gradoli.

Lunedì
Ascolti tv, Pinocchio batte il Grande Fratello. La notizia ci lascia indifferenti, anche perché in Italia Pinocchio e il Grande Fratello sono la stessa persona.

Martedì
Marrazzo ammette l’uso di cocaina con i trans. Il sonno della Regione genera mostri.

Mercoledì
La Corte Europea dei diritti dell’uomo ha deciso, via i crocefissi dalle aule. I precari esultano: dopo anni, si libera un posto fisso nelle scuole italiane.

Giovedì
Continua la polemica sul crocefisso. Berlusconi si dice pronto a prendere il posto di Gesù. Per quanto riguarda i due ladroni, gli spunti non mancano. La Sua effigie sorveglierà il corretto svolgimento delle lezioni scolastiche, che dovranno iniziare con un coretto intonato all’unisono da alunni e insegnanti: “Meno male che Silvio c’è”. Nelle scuole ribelli, è ammessa in alternativa una piccola coreografia al grido di “Italia Unoooooooo”.

Venerdì
Il giornale diretto da Antonio Padellaro continua a essere in prima fila tra quelli che denunciano lo scandalo della cocaina di Marrazzo. Come si chiama questo giornale? Il fatto quotidiano. Nomina sunt consequentia rerum.

Sabato
Per continuare a essere lo specchio della nazione, musica e cinema corrono ai ripari. Ecco alcuni titoli opportunamente riveduti e corretti, già depositati alla Siae: “Nessuno mi può ricattare”, “Toghe rosse”, “Da La Russa con amore”, “Un trans chiamato desiderio”, “La mia droga si chiama Natalì”, “Il fascino discreto della porcheria”, “Signorini si nasce”, “Boro scatenato”.

venerdì 6 novembre 2009

Gara degli incipit, in finale "Dux and the City"

Gara degli incipit 2009, il mio Dux and the City è uno dei 12 finalisti tra gli oltre 7000 libri in vendita sul sito il miolibro.it.


grazie
un abbraccio a tutti
Giulio

domenica 1 novembre 2009

Vado, Marrazzo e torno


Rutelli lascia il PD. Dopo due anni, siamo al punto di partenza. Il Partito Democratico era nato dalla fusione fredda della Margherita rutelliana con i DS, che oggi rimangono i padroni delle ferriere. Un gioco a somma zero: tanto valeva restare come prima, tanto più che hanno incoraggiato la creazione del PDL, un clone che ha retto meglio dell’originale.

I soliti bene informati sostengono che si tratta di una mossa strategica. In questo modo Rutelli, piazzandosi a metà tra il PD e l’UDC, o alleandosi direttamente con quest’ultima, pescherebbe i voti moderati. Mentre il PD può aprirsi a sinistra, accogliendo per esempio Vendola, Salvi & company.

Il solito Risiko politico. Dopo un’estenuante percorso di scelta del segretario, è possibile pensare finalmente ai problemi serissimi di questo Paese? No, ricominciamo l’eterno giochino delle alleanze, del piccolo cabotaggio tattico mascherato da afflati ideali tanto simulati quanto inverosimili.

Tutto sommato, Rutelli ha perso nel 2001 contro Berlusconi. Poi non è riuscito neanche a riprendersi il Campidoglio, perdendo pure nel 2008 contro Alemanno. Ci sarebbero le condizioni per un fisiologico, dignitoso ritiro a vita privata, ad altra professione.

Invece in circolazione vediamo sempre le stesse facce, consumati dal potere e dal cerone dei talk-show; sotto insegne, sigle, simboli diversi sono sempre quelli. Tornando al punto di partenza, come a Monòpoli, il PD ha fatto il suo ennesimo giro a vuoto. Mentre il Partito girava, e anche i cabbasisi dei suoi poveri elettori, abbiamo scoperto che Marrazzo faceva altri tipi di giri. Cedere a un vile ricatto è un inaccettabile vigliaccheria per un uomo pubblico che riveste un’importante carica politica; bene ha fatto a dimettersi. Ma il punto non è solo questo.

Certo non intendiamo mettere in discussione i gusti e le propensioni sessuali di nessuno, ci mancherebbe. Ma tutta questa vicenda è sintomatica e sappiamo che Marrazzo rappresenta purtroppo solo la punta di un iceberg. Nei palazzi romani del potere la cocaina gira a fiumi, si organizzano spesso festini a luci rosse e c’è un clima da basso impero.

Quello che un neolaureato guadagna magari in cinque mesi di lavoro a tempo determinato, questi signori se lo bruciano in una serata con Natalì, con Brenda o con Patrizia. Ritmi e stili di vita sono talmente distanti che, per forza di cose, le esigenze dei comuni cittadini non solo non vengono risolte, ma neanche interpretate e forse neppure recepite.

Avremmo bisogno di una politica che ricominci a ragionare con la testa. E invece, abbiamo una politica che, quando va bene, ascolta solo il cuore, come nelle (frequenti) emergenze nazionali e le mobilitazioni straordinarie inneggianti a una pelosa solidarietà. Nel quotidiano, abbiamo una politica di pancia, urlata, che scuote l’emotività e distrugge le fondamenta della casa comune. E a furia di scendere, neanche fosse l’oselin de la comare, arriviamo alla politica dei genitali, al sesso volgare ed esibito come ostentazione di potere, autocertificazione sfacciata di inamovibilità.

Dobbiamo resettare tutto, lanciare di nuovo i dadi e cominciare una nuova partita. Per non trovarci eternamente al punto di partenza. Dal quale non partiamo mai.

P.S. Oggi questo blog compie un anno. Festeggiamo con il testo del nuovo, meraviglioso singolo di Battiato Inneres Auge, che fa parte del nuovo album Inneres Auge - Il tutto è più della somma delle sue parti , nei negozi dal 13 novembre:

Come un branco di lupi che scende dagli altipiani ululando
o uno sciame di api accanite divoratrici di petali odoranti
precipitano roteando come massi da altissimi monti in rovina.
Uno dice che male c'è a organizzare feste private
con delle belle ragazze per allietare Primari e Servitori dello Stato?

Non ci siamo capiti
e perché mai dovremmo pagare anche gli extra a dei rincoglioniti?
Che cosa possono le Leggi dove regna soltanto il denaro?
La Giustizia non è altro che una pubblica merce...
di cosa vivrebbero ciarlatani e truffatori
se non avessero moneta sonante da gettare come ami fra la gente.

La linea orizzontale ci spinge verso la materia,
quella verticale verso lo spirito.
Con le palpebre chiuse s'intravede un chiarore
che con il tempo e ci vuole pazienza,
si apre allo sguardo interiore: Inneres Auge, Das Innere Auge

La linea orizzontale ci spinge verso la materia,
quella verticale verso lo spirito.
Ma quando ritorno in me, sulla mia via,
a leggere e studiare, ascoltando i grandi del passato...
mi basta una sonata di Corelli, perchè mi meravigli del Creato!

domenica 25 ottobre 2009

I bastardi di Quentin

Attenzione: contiene anticipazioni sulla trama del film
Era dai tempi di Pulp Fiction che non girava così. Negli ultimi anni, non avevo mai amato davvero il cinema di Tarantino. Come dicono nei reality, non mi arrivava. Non si poteva negargli una certa maestria registica, ma il gioco era quasi sempre eccessivamente compiaciuto, infantile, autoreferenziale, fine a sé stesso.

Fa eccezione questo Inglourious Basterds. Le continue (ec)citazioni del regista si ammucchiano, come sempre, orgiasticamente: Cenerentola e i western di Sergio Leone, i B-movie e Marlene Dietrich, le commedie di Lubitsch e i film di guerra. Ma, senza il manierismo degli ultimi film, le ipnotizzanti tessere visive sembrano ricomporsi in un quadro finalmente coerente, anche dal punto di vista semantico. La ricerca estetica si fa ricerca etica.

Come in un Fahrenheit 451 al contrario, stavolta è il cinema che brucia il regime, il nitrato d’argento delle pellicole sconfigge la violenza hitleriana. La vendetta, tema caro a Tarantino, si consuma sul nazismo con il contributo decisivo di due donne. E l’ultimo fiammifero, quello decisivo, è lanciato con liberatoria consapevolezza dal proiezionista di colore.

Una visionarietà folle, violente e divertente che, per 150 minuti carichi di tensione, ti fa riconciliare con la storia e con la Storia. Giocando con il grande cinema che torna protagonista, bigger than life. E, come sottolinea ironicamente Brad/Quentin alla fine del film, questo potrebbe davvero essere il suo capolavoro.

sabato 17 ottobre 2009

La calza sotto lo Stivale

L’Italia è sotto assedio. Anni sfibranti: crisi istituzionali sempre più aspre, rigurgiti secessionisti, irrisolti conflitti d’interesse e opposizioni imbelli. Un cocktail micidiale anche in un Paese con profonde radici comuni; figuriamoci in Italia dove, come osserva Barbara Spinelli sul Fatto, è sempre stata presente, in varie forme, una cultura anti-statale.

I pubblicitari, al solito, fiutano l’aria che tira. Anticipa con arguzia l'affaire dei calzini turchesi del giudice Mesiano lo spot Calzedonia in onda in questi giorni, che riprende l’inno di Mameli, modificandolo nell’incipit (“Sorelle d’Italia”) e facendolo cantare da una simil-Giorgia. Un tempo eseguito esclusivamente seguendo rigidi cerimoniali e in occasione dei momenti più alti e celebrativi dell’unità nazionale (parate militari ed eventi sportivi), il Canto degli Italiani si adatta ai tempi, piegandosi alle superiori esigenze mercantili: dal Risorgimento alle autoreggenti. E, a proposito di denari, senza pretendere nemmeno la Siae.

Gli stessi collant, 15 anni fa piazzati davanti agli obiettivi delle telecamere per “ammorbidire” le immagini dei videomessaggi elettorali, trovano finalmente la loro giusta celebrazione. Le idee camminano sulle gambe delle persone, meglio se con calze a rete: la commistione tra sentimento patriottico e gambe femminili, legittimata dagli scandali sessuali (privi di conseguenze per i protagonisti), viene immortalata da questo piccolo, ma geniale spot.

Ci aspettiamo a breve una nuova réclame Intimissimi, con un paio di mutande a sventolare sul pennone, al posto del tricolore.

Guarda lo spot http://www.youtube.com/watch?v=EQjQrv76Xh0

domenica 11 ottobre 2009

Gentleman

Con il suo consueto, forbito taglio istituzionale, il Cavaliere Nero sostiene che la stampa "sputtana" il Paese. Da che pulpito. Si vede che è un uomo del fare: parla sempre per esperienza diretta.

http://video.sky.it/videoportale/index.shtml?videoID=44463386001

Silvio non sia lodato

La sentenza della Corte che riconosce l’illegittimità del lodo Alfano ha segnato uno spartiacque nella politica italiana, attraverso l’affermazione del principio di legalità costituzionale, per il quale tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge. Resta tuttavia sullo sfondo una stortura che continuerà ad avvelenare il clima nazionale: non è costituzionale né istituzionale né politica. E’ psicologica.

Berlusconi, infatti, è intimamente convinto che aver preso i voti della maggioranza degli italiani non significhi essere chiamato a governare il Paese per cinque anni, ma corrisponda a essere diventato il padrone d’Italia. Lasciamo perdere la circostanza, pure non secondaria, che quei voti li ha presi in presenza di un sistema televisivo fortemente distorto, nel quale Sua Emittenza controlla direttamente o indirettamente quasi tutti i telegiornali, che rappresentano il principale canale informativo per il 70% degli italiani (fonte: Censis). Un po’ come se, in una gara per i 100 metri, uno dei corridori partisse 50 metri avanti agli altri. Della serie: ti piace vincere facile, eh?

Il punto è che, vinte le elezioni, chi ha la maggioranza, anche una maggioranza ampia, deve riconoscere il diritto di critica e consentire piena libertà di stampa, deve accettare l’esistenza del potere giudiziario accanto a quello legislativo ed esecutivo, deve esercitare il governo entro un perimetro di regole e di pesi e contrappesi istituzionali.

Se non si accetta questa premessa di fondo è inutile giocare la partita della democrazia. E si degenera progressivamente in un imbarbarimento delle basi della convivenza civile; si arriva persino, come è accaduto l’altra sera in tv, a un Presidente del Consiglio che prende in giro un deputato sulla base dell’aspetto fisico. Cose ripugnanti, che ci ricordano tempi bui.

La legittimazione popolare è fondamentale ma non può e non deve essere il solo aspetto caratterizzante di una democrazia liberale. Se il voto dei cittadini fosse alla base di ogni autorità civile, io potrei contestare anche il vigile che mi fa la multa, in quanto non è stato eletto da nessuno. Arriveremmo in poco tempo al populismo e all’anarchia, nel quale l’autorità, svincolata dalle regole, diviene funzione esclusiva della capacità seduttiva che un leader esercita su una parte dell’opinione pubblica. Il pericolo dovrebbe essere chiaro a tutti, anche a coloro che subiscono il fascino del Cavaliere.

Un Governo serio avrebbe preso atto della sentenza della Corte senza aggiungere nulla, facendo dimettere il capo dell’esecutivo per consentirgli di dimostrare la propria innocenza nei Tribunali della Repubblica Italiana, come fa qualunque altro cittadino. Un Governo serio, appunto.

sabato 3 ottobre 2009

Siamo noi il popolo della libertà (di stampa)

Oggi pomeriggio, finalmente, tutti in piazza a Roma alle 15,30 a piazza del Popolo. Noi ci saremo, distribuendo il libro "Dux and the City".

Dovere di informare, diritto di sapere.

lunedì 28 settembre 2009

Giornalisti sulla carta

Libero e il Giornale scorrazzano come due pantegane nella fogna, annusando soddisfatti il dolce profumo eversivo dell'illegalità. Stavolta, all'unisono, istigano esplicitamente allo sciopero fiscale i loro lettori, evidentemente già ben disposti in tal senso, invitando a non pagare il canone Rai.

(Non) ripaghiamoli con la stessa moneta. La prossima volta che andate in edicola, distraete il titolare con un pretesto qualsiasi: le figurine per il nipotino, un'indicazione stradale, un numero arretrato di una rivista introvabile. Mentre l'edicolante cerca di accontentarvi, voi allungate il braccio e -oplà- vi prendete la vostra copia a sbafo del Giornale o di Libero. Meglio se di tutti e due insieme.

Non possiamo arrivare a chiedervi di leggerli, sarebbe troppo. Ma una volta in vostro possesso, possono essere molto utili: l'editoriale di Feltri è ottimo per pulire i vetri di casa, il fondo di Belpietro proteggerà per bene le vostre uova fresche.

Se non riuscite a trattenere la curiosità morbosa e volete proprio leggerli, o almeno dargli un sbirciatina, chiudetevi in bagno con i due quotidiani. Siamo sicuri che saprete farne l'utilizzo migliore.

martedì 15 settembre 2009

Non aprite Porta a Porta

Essere iscritti all'Albo dei giornalisti vuol dire essere un giornalista?

Ciambellani, ricattatori, sputaveleni, diffamatori, adulatori, cacasotto, spie, intrallazzatori, servi sciocchi. A parte le solite eccezioni, i pennivendoli italici stanno raggiungendo il livello fognario. Adeguandosi peraltro alla media etica del Paese.

Ballarò spostato, Matrix rinviato, Annozero senza contratti e senza spot, Report senza tutele legali. Il 19 settembre si scende in piazza per la libertà di stampa. E poi? Presumibilmente, tutto come prima. Come quando cacciarono Biagi per sostituirlo con "Max & Tux", la massa dei sedicenti giornalisti non fiata. Nessuno sciopero, nessuna azione clamorosa, nessuna protesta.

Nella surreale conferenza stampa con Zapatero di qualche giorno fa, a proposito della domanda scomoda di un giornalista del Paìs, Berlusconi si è rivolto al premier spagnolo con queste parole: "Ti ho rubato del tempo ma era la domanda di un TUO giornalista". Ha detto proprio così: TUO. Un piccolo aggettivo possessivo che rivela una concezione proprietaria della stampa.

Deve essere così che l'Emilio Fede di Rai Uno saluta Berlusconi nei biglietti d'auguri a Natale: "TUO Bruno Vespa".

mercoledì 9 settembre 2009

Bongiorno Italia


“Amici ascoltatori allegria!” Per molti anni i giovedì sera degli italiani sono stati caratterizzati dagli implacabili cronometri dei quiz di Mike, dalle sue domande scandite, dai suoi concorrenti onniscienti: Lascia o raddoppia? e Rischiatutto, più che semplici programmi, erano autentici rituali collettivi.

Come ricordano molti giornali di oggi, la sua tv è morta prima di lui. A un certo punto, le barriere all’ingresso del piccolo schermo si sono improvvisamente inabissate: il talento artistico, o almeno una conoscenza enciclopedica di determinati argomenti, hanno ceduto il passo a pettorali e chiappe esibiti con carnale orgoglio.

I concorrenti di Mike non potevano più essere “personaggi” nell’Italia dei reality e, con loro, anche Mike ha cominciato piano piano a scomparire dai teleschermi. Prima trionfante su Canale 5, poi nello sgabuzzino di Rete 4 con programmi minori, poi l’esclusione dal video. Nel frattempo, i quiz si sono sempre più semplificati, le domande banalizzate, le risposte suggerite, l’aiutino da casa: così vuole la (presunta) democratizzazione dell’etere - celebrata da favolette multietniche come The Millionaire.

A proposito di democrazia, siamo costretti a domandarci se non solo la storia della tv, ma anche la storia d’Italia sarebbero state le stesse senza Mike Bongiorno. Il conduttore diede infatti un contributo determinante all’affermazione di Canale 5, nel 1980, con grandi successi di ascolto: fu il primo a lasciare la Rai per Berlusconi, che allora rappresentava poco più di un consorzio di tv locali (ma era già in grado di pagare 10 volte il cachet che il servizio pubblico offriva alle proprie star).

Trasmissioni come Bis e Superflash consentirono al Biscione di surclassare la concorrenza di Italia Uno (che era di Rusconi) e di Retequattro (che era di Mondadori): Berlusconi le acquistò dai proprietari rispettivamente nel 1982 e nel 1984, iniziando una concorrenza serrata con la Rai, che lo ha condotto dove sappiamo.

Le logiche con cui il buon Mike ci vendeva innocui prosciutti e minestre in busta sono diventate sistema, applicate ai partiti, alle istituzioni, al Paese. Infatti nel 1994, al momento della discesa in campo, lo stesso Mike raccomandò di votare per Berlusconi, come fosse uno dei suoi amati prodotti.
Solo in tarda età, quando lo accantonarono bruscamente in base alle logiche del profitto da lui stesso esaltate, probabilmente si accorse che l’ultimo prodotto che gli avevano affidato, quello politico, era in realtà un prodotto marcio.

Era troppo tardi: la commistione tra storia della tv e storia d’Italia era ormai un processo avviato, folle e irreversibile. Sta a noi cercare di uscirne anche se nessuno sembra conoscere la risposta e il tempo, forse, è già scaduto.

PS La migliore battuta compare sul Riformista di oggi: “E’ morto l’unico amico di Berlusconi che faceva domande”.

domenica 6 settembre 2009

La nostalgia non è più quella di una volta

Adoravo godermi in tv gli spezzoni dei vecchi varietà.
Immaginavo famiglie intimamente riunite davanti al teleschermo, dolcemente accompagnate dallo swing elegante di Lelio Luttazzi, dall’ironia di Walter Chiari o Franca Valeri, dai virtuosismi di Mina. Un film è pensato per durare ma la televisione è, per sua natura, instabile: un prodotto legato al presente, fragrante ma caduco, in quanto legato alla fruizione di una sera. Ecco perché quei vecchi materiali in bianco e nero mi affascinavano tanto: miracolosamente sottratti all’oblio e restituiti alla memoria collettiva, in un certo senso facevano autenticamente viaggiare nel tempo.

Anche quest’estate, come al solito, gli archivi Rai sono stati saccheggiati a piene mani, confermando nel servizio pubblico un’irresistibile vena creativa nella costruzione dei palinsesti. A differenza che nel passato, tuttavia, il magnetismo che esercitavano quelle immagini per me si è come dissolto. Svanito. Come mai? Ho provato a darmi qualche spiegazione.

1. NOIA E CONTAMINAZIONE
Gli spezzoni tendono inevitabilmente a ripetersi e anche il più strepitoso, alla dodicesima visione, comincia a scricchiolare. Le riproposizioni dei varietà classici hanno quindi cominciato a essere contaminate con segmenti di insulsa tivù contemporanea, già priva di qualsiasi interesse in diretta, figuriamoci in replica.

2. MANCATA CONTESTUALIZZAZIONE
I contributi vengono presi e trasmessi senza neanche uno straccio di sovrimpressione che ricordi il titolo della trasmissione, l’anno di messa in onda e i nomi dei protagonisti. Che spesso i più giovani non riconoscono e i più anziani non ricordano.

3. MALINCONIA
Fino a qualche tempo fa, mi illudevo di poter rivivere i fasti dei varietà di quegli anni; ogni tanto, gli eventi firmati Celentano o Fiorello facevano ben sperare. Oggi la programmazione è omologata e sciatta, priva di talenti e uniFORMATa. Il contrasto con quelle inarrivabili produzioni ben scritte, lungamente provate ed elegantemente professionali degli anni ’60 e ’70 è talmente stridente da produrre inevitabilmente un senso di malinconia catodica.

4. CONCORRENZA
Il TG1, che precede Supervarietà, è spesso assai più esilarante.

Come diceva Simone Signoret, “la nostalgia non è più quella di una volta”.

venerdì 4 settembre 2009

I centri commerciali sono di sinistra

Domenica d’agosto, Roma deserta. Tornati dalle vacanze, il frigo è vuoto e fa un caldo beduino. Vicino casa ha aperto un enorme centro commerciale. Uno di quelli che la vulgata progressista-snob definisce “mostri”. Ci andiamo. Troviamo un’oasi di aria condizionata, negozi aperti e riforniti, ristoranti. Ci rifocilliamo, facciamo la spesa e, visto che c’è un parrucchiere unisex aperto, ci tagliamo pure i capelli.

I centri commerciali in genere vengono demonizzati, in nome delle “botteghe di una volta”. Peccato che, quella domenica, bottegai e artigiani stessero (giustamente) con la pancia all’aria su qualche spiaggia. Mentre nel “mostruoso” centro commerciale centinaia di commessi lavoravano a pieno ritmo. Offrendo ristoro e frescura a quanti, persi per vari motivi nella calura cittadina, non avrebbero altrimenti saputo a che santo votarsi.

Famiglie con bambini, anziani, giovani coppie appena tornate dalle vacanze trovano in questi giganteschi shopping mall risposte concrete alle loro esigenze di vita. Quelli che li detestano in genere abitano in centro, d’estate stanno a Capalbio e magari hanno la filippina per fare la spesa. Oppure sono contrari ideologicamente. La distanza delle cosiddette élites dalle esigenze del popolo, della classe media, dell’uomo della strada, insomma della gente, è sempre più siderale.

Chiusi nel loro autocompiacimento onanista, non si accorgono che le persone invece apprezzano in massa le nuove soluzioni che il mercato offre. Le offerte si sommano, non si elidono, se quelle vecchie hanno la forza per sopravvivere. Lasciare etichettare questi posti come “non-luoghi”, secondo una presuntuosa dottrina di antropologia culturale, o peggio come luoghi “di destra”, è l’ennesima inerzia mentale di una minoranza miope. Sempre più incapace di comprendere la modernità, preferisce rifugiarsi in qualche nicchia amniotica anziché misurarsi con la vera sfida: cercare di coniugare la qualità con la quantità. Più o meno lo stesso errore commesso, trent’anni fa, con le televisioni, commerciali anche quelle. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. O almeno di quelli che ancora riescono a vedere.

venerdì 28 agosto 2009

CensureRAI

“Viva la RAI: se sarai buono il tuo Mazinga vedrai!
Oppure no…Dipende dal funzionario RAI”.


Parole profetiche quelle di Renato Zero che, nel lontano 1982, già scherniva l’eccesso di zelo censorio praticato da occhiuti funzionari e patetici azzeccagarbugli di viale Mazzini.

Come succede a tutte le metastasi, negli anni si estendono. Oggi la censura si annida anche nelle pieghe più recondite del palinsesto, in programmini apparentemente innocui come quell’Appuntamento al cinema a cura dell’AnicaAgis, che promuove i film in uscita sul grande schermo.

Il trailer di un documentario di prossima circolazione, Videocracy, che racconta l’ascesa delle tv di Berlusconi, è stato rifiutato dal servizio pubblico, in quanto lo spot sarebbe un “inequivocabile messaggio politico di critica al governo”.

Finalmente l’hanno messo nero su bianco: in tv non si critica l'esecutivo. Questi servi sciocchi pretendono di pensare per noi, decidendo cosa possiamo e non possiamo vedere. Il piccolo schermo non è mai stato così piccolo.

IL TRAILER DI VIDEOCRACY

sabato 1 agosto 2009

Prima coalizione

La secrezione di testosterone varia nell’arco della giornata, seguendo un ritmo circadiano: raggiunge valori molto elevati nelle prime ore della mattina, tra le 7 e le 9. Deve essere per questo che in tv, già nelle morning news, appaiono così tanti politici.

Tonificata da una robusta produzione ormonale, la politica, adesso più che mai maschile e maschilista, fa capolino dal teleschermo alle prime luci dell’alba. Noi vorremmo un buongiorno allegro, risvegliarci sapendo al massimo che tempo farà. Quelli, con occhio già spiritato, ti parlano di bioetica a UnoMattina, di alleanze a Rainews 24, della Ru486 e di federalismo a Omnibus. Il tinello diventa la buvette di Montecitorio.

Come gli zombie di un film di Romero, cominciano a intossicare le nostre giornate all’ora del caffellatte. Non ce ne libereremo fino a sera inoltrata. Al posto della colazione, la tv italiana ci serve la coalizione.

domenica 26 luglio 2009

Il silenzio è d'oro?

“Comandare è meglio che fottere”, secondo un detto popolare siciliano. Ma perché privarsi di una delle due attività, quando possono essere realizzate entrambe con pari soddisfazione?

L’uomo che ha portato in Italia il Grande Fratello, legittimando l’estetica del buco della serratura, rimane vittima del meccanismo che ha contribuito a creare. Ma siamo sicuri che sia una vittima? Gli italiani sembrano distratti, indifferenti, non distinguono più il reale dal reality. I cinegiornali di regime non li informano. L’opinione pubblica chiude un occhio, anzi tutti e due. La Chiesa tace. Eppure fino a poco fa sembrava così interessata alla vita pubblica nostrana.

L’uomo medio, di democristiana memoria, ha ormai definitivamente ceduto il passo all’uomo-media. Dai devoti di Maria siamo passati agli amici di Maria. Dopo infinite esternazioni su difesa della famiglia e temi etici, Oltretevere le prese di posizione su Silvio il mandrillo si sono ridotte a un sospiro. Questa vicenda segna, tra le altre cose, la definitiva perdita di credibilità della subcultura cattolica in Italia. Ieri, anche se in nome di un’ipocrisia pelosa, avrebbe almeno difeso l’esigenza di moralità pubblica, invocando severamente coerenza e compostezza. Oggi tace, in cambio di un piatto di lenticchie.

L’edonismo esibizionista del Biscione sta sconfiggendo il Vaticano, ma anche la sinistra, incapace di una reazione alla bassezza della situazione. Capiamo poi che per il nostro ottuagenario Presidente della Repubblica stiamo parlando di un’esperienza che, per lui, deve essere solo un lontanissimo ricordo, ma possibile che non si sia registrata una sua esternazione a difesa del decoro delle istituzioni? Eppure l’articolo 54 della nostra Costituzione dice che “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. Napolitano pensa che Berlusconi, con il suo comportamento, pubblicamente rivendicato in più occasioni (“Non sono un santo”), stia rispettando la lettera e lo spirito della carta costituzionale?

Abbiamo già detto in altri post del silenzio dei giornalisti televisivi, servi sfacciati e obbedienti di un regime, in nome del quale nascondono le notizie alla pubblica opinione. Venendo quindi meno al patto di lealtà con i loro (sventurati) telespettatori.

Riassumendo: silenzio della Chiesa, silenzio della sinistra, silenzio del Presidente della Repubblica, silenzio della tv. Tutto serve a ovattare, come in un morbido cotone idrofilo, la percezione della degenerazione da basso impero in cui siamo piombati. Anche il dizionario risulta utile, come una calza di nylon sull’obiettivo di una telecamera, per “ammorbidire” l’immagine: da questo punto di vista, il termine “escort” ha una connotazione neutra, quasi elegante. Torniamo a battezzare le cose col loro nome: chiamiamole liberamente “mignotte”. Chissà che non si apra uno squarcio di verità: se un uomo privato va a puttane, dovrà vedersela con la propria coscienza, con la moglie ed eventualmente col medico. Ma se un Presidente del Consiglio va a puttane, con lui ci va tutto il Paese.

mercoledì 22 luglio 2009

Articolo in saldo

Art. 54 Costituzione
Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi.
I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge.

Curiosità: digitando "Costituzione" su Google, il primo link che compare è quello del Quirinale. Peccato che, cliccandoci sopra, compaia la scritta "The page cannot be found". Certe volte i lapsus del web sono freudiani.

lunedì 20 luglio 2009

La voce della Luna

Stasera i tg nazionali NON hanno trasmesso gli spezzoni audio, disponibili sul sito dell’Espresso, che vedono il nostro premier interloquire amabilmente con una escort.

Esattamente 40 anni fa, in una notte di luglio come questa, la televisione raccontava “un piccolo passo per un uomo, un grande passo per l’umanità”. Era la golden age della tv: Walter Cronkite, scomparso proprio pochi giorni fa, era la voce della Luna per gli americani. Un cronista autorevole, per questo enormemente amato negli States.

In Italia una figura come quella di Cronkite sarebbe oggi impensabile. Un inviato, anchorman, conduttore, editorialista, al servizio del pubblico e che pensa con la sua testa. Eppure non sarebbe così difficile. Basterebbe che qualcuno facesse semplicemente il giornalista.

Questa sera la tv italiana ha seppellito definitivamente sé stessa e quel poco che restava della sua credibilità. Chi vuole informarsi deve andare su Internet. I direttori dei nostri telegiornali sono persone serie e non parlano di zoccole. Sarebbe un po’ come parlare di sé stessi.

domenica 19 luglio 2009

Né con te né senza te

Non sopporto quelli che stanno sempre su Facebook. Detesto quelli che non ci sono mai stati.

Mi fanno pena quelli che guardano la tv e basta. Mi fanno pena quelli che non guardano la tv e basta.

Non capisco quelli che vanno solo nei centri commerciali. Mi annoio se qualcuno critica i centri commerciali rimpiangendo le “botteghe di una volta”.

Trovo indifendibile chi difende il PD. Giudico sterile chi attacca il PD.

Ritengo inconcludente chi odia Berlusconi senza capirlo. E’ assurdo capire Berlusconi senza odiarlo.

Questo bipolarismo mi ha rotto i coglioni.

martedì 14 luglio 2009

OGGI SCIOPERO

Chi ha paura del web?
Azione Catodica aderisce all'appello di Diritto alla Rete
contro il DDl Alfano che imbavaglia la Internet italiana.

lunedì 13 luglio 2009

Senza trasporto

Beppe Grillo annuncia di volersi candidare alla segreteria del PD. Le reazioni dei notabili del partito non si fanno attendere e, curiosamente, sono tutte ispirate alle autolinee.

Secondo Fassino, “il partito non è un taxi”. Per Melandri, invece, “il Pd non è un tram su cui si può salire all'occorrenza”. Attendiamo ansiosi la reazione di Bersani, che ci gela: “Il partito non è un autobus sul quale salire e fare un giretto”.

La spiccata fantasia degli esponenti democratici si evince da queste poche righe: mancavano solo la metropolitana, la carrozzella, la gondola e la funicolare. Se non altro, il concetto che volevano esprimere è chiaro: il partito non è un mezzo. Rimane il dubbio che sia un mezzo partito.

Strategia della pensione

L’invito di Napolitano a “creare un clima più civile tra governo e opposizione” fa sorridere. Gasparri l’ha subito accolto da par suo, dicendo che in Italia abbiamo una “sinistra menefreghista, ottusa, faziosa e sconfitta”. L’appello dell’84enne Presidente, più che uno strumento di moral suasion, sembra l’inutile rimbrotto di un nonno stanco ai nipotastri vandali e teppisti, per non turbare il pisolino pomeridiano.

E’ civile un provvedimento come il lodo Alfano? Sono civili le ronde? E’ civile il controllo militare dell’informazione tv? E’ civile organizzare festini a sfondo sessuale in sedi istituzionali? E’ civile comprarsi il parlamento e il governo direttamente da parte di una lobby? L’unica cosa civile è opporsi strenuamente a tutte queste degenerazioni, vere e proprie ferite alla democrazia. Anche inasprendo i toni. Anche con una mobilitazione popolare permanente. Di fronte a queste invasioni barbariche, porgendo l’altra guancia non riceveremmo che l’ennesimo schiaffo.

sabato 11 luglio 2009

TG8

Il G8 è finito. Dal momento che la numerologia è lo studio della possibile relazione mistica o esoterica tra i numeri e le caratteristiche o le azioni di oggetti fisici ed esseri viventi, facciamo finta di credere nel significato esoterico dei numeri e vediamo cosa ci evoca il numero 8.

8 è considerato un numero di influenza karmica che richiede il pagamento di debiti contratti nella vita attuale o in una vita precedente. Più di ogni altro numero l'Otto rappresenta la ricerca di denaro e successo materiale, ma la sua natura implica il confrontarsi con rischi estremi e molti capovolgimenti di vita.

8 è il numero di anni di carcere, che secondo un calcolo del “Sole 24 Ore”, avrebbe preso nell’Italia del falso in bilancio depenalizzato uno come Bernard Madoff, finanziere truffatore. Negli Stati Uniti ne ha presi 150.

8 per mille è la quota di destinazione del gettito Irpef che la Chiesa cattolica, con spot milionari, chiede ai cittadini. Prima di firmare, vivamente consigliato passare in libreria per acquistare “Vaticano s.p.a.”, di Gianluigi Nuzzi. L’accesso a un archivio sterminato di documenti ufficiali spiega il ruolo dello IOR nella Prima e nella Seconda Repubblica, con spericolate operazioni finanziarie mascherate da opere di carità e fondazioni di beneficenza. Persino il denaro lasciato dai fedeli per le messe è stato trasferito in conti personali. Un paradiso (fiscale) in nome di Dio.

8 marzo è la festa delle donne. Lo spettacolo offerto dal summit, con gli uomini (eccetto la Merkel) a decidere i destini del mondo e le donne a fare shopping è desolante. Poi non si capisce perché le first lady siano state accompagnate da alcune ministre, come se le donne dovessero stare per forza con le altre donne. Da Rosa Luxemburg a Mara Carfagna (in visita dal Papa come Maria Maddalena).

8
è l’ipotetica collocazione di un canale televisivo italiano e di un altrettanto ipotetico telegiornale (il TG8, appunto) che raccontino i fatti senza il servilismo e il conformismo dei primi 7.

8
½
è il capolavoro felliniano nella cui scena finale troviamo la passerella dei personaggi, con musica da circo. Una scena del tutto simile al vertice de L’Aquila.

domenica 5 luglio 2009

Cosa resterà di questi anni '80

Una canzoncina sanremese si chiedeva malinconica “cosa resterà di questi anni ‘80”. Peccava di ottimismo: gli anni ’80 in Italia non sono ancora finiti. Il nostro immaginario è rimasto eternamente debitore di quel decennio. L’estetica coatta dei paninari e delle squinzie trova un suo perfetto corrispondente contemporaneo nei tronisti e nelle veline.

Modi e mode della pubblicità, vero golem di quegli anni, sono penetrati nella vita politica come un Alien. Cinepanettoni e cinecocomeri continuano ad affollare le nostre sale, con interminabili saghe vacanziere ricche di amanti e puttanieri. Programmi seguitissimi, come Amici, si crogiolano nella retorica dello scaldamuscoli, tristi epigoni di Saranno famosi. Le fiction di successo schierano improbabili emule di Jennifer Beals, come la Mastronardi, in desolanti simil-Flashdance fuori tempo massimo.

Siamo prigionieri di un passato che non passa. Ci piacerebbe, come fossimo in Lost, almeno un bel flashback, che ci spiegasse come siamo arrivati a questo punto, o un flashforward, per capire come diavolo ne usciremo. Invece niente, rimaniamo ostinatamente attaccati a quel che succede giorno per giorno: i giornali sono la nostra carta moschicida.

La faccia inamidata del Presidente Berlusconi, incapace di invecchiare, è il simbolo di questa tragica fissità. Persino lo scandalo sessuale, da questo punto di vista, potrebbe paradossalmente essere un vantaggio per il premier: la sua potenza sessuale, vera o presunta, sembra la dimostrazione ennesima che lo scorrere del tempo in Italia richiama, più che un andamento lineare, gli orologi molli di Dalì.

Il continuo riferirsi di Berlusconi alla minaccia comunista si spiega così. Evidentemente per lui il Muro di Berlino non è ancora crollato. Quindi crede di essere, come minimo, nel 1989.

sabato 27 giugno 2009

La morale è sempre quella

Per anni, i seguaci della sinistra laica e radicale sono scesi in piazza per rivendicare la libertà sessuale. Adesso che finalmente viviamo in una società più libera, assai meno condizionata che in passato da dogmi religiosi e pregiudizi, quegli stessi libertini si scoprono moralisti e bacchettoni.

Fortunatamente, la società italiana non li segue più. Le barriere culturali del comunismo e del cattolicesimo sono crollate o si stanno sfaldando: non sono più in grado di opporre resistenza a una cultura autenticamente liberale come quella dell’attuale centrodestra e del suo leader.

Nonostante i fiumi di inchiostro e i teleobiettivi, gli scoop e l’ipocrisia censoria dei sepolcri imbiancati, la società italiana continua a votare Berlusconi e il PdL, saldamente il primo partito nazionale. Il modello della tv commerciale, basato su piacere estetico e contemplazione estatica della bellezza, vince sul grigiore e sui predicozzi moraleggianti.

Non c’è gara tra lo scintillante edonismo berlusconiano e la vita monacale di un Franceschini. Da un lato, troviamo il piacere di vivere, potendoselo permettere grazie ai frutti del proprio lavoro, tra ville, elicotteri, piscine e belle ragazze. Dall’altro, troviamo l’invidia sociale elevata a sistema da parte di chi, nella sua vita, non ha mai costruito nulla se non montagne di inutili chiacchiere.

In politica, gli scandali sessuali poi sono sempre esistiti, già dall’antica Roma. Giulio Cesare era soprannominato "la moglie di tutti gli uomini" e "il marito di tutte le mogli": l'immagine del grande condottiero fu scalfita ma non danneggiata dai suoi vizi privati.

Il piu' grande condottiero della storia di Roma, in gioventù ebbe una relazione omosessuale con Nicomede, re di Bitinia. Era poi stato l'amante delle mogli di Servio Sulpicio, di Gabinio, di Crasso, e di Pompeo. All'estero, oltre a Cleopatra, conquistò anche un'altra regina, Eunone, moglie del re di Mauritania.

Eppure Cesare non fu travolto da inutili scandali. I romani non solo non censurarono il suo comportamento, ma ne fecero un vanto nazionale: a contare erano le sue notevoli capacità militari e politiche. A Roma, la sfera sessuale ha sempre riguardato la famiglia, mai la vita pubblica.

In tempi più recenti, le scappatelle e i noti appetiti sessuali non hanno intaccato la credibilità e la grandezza storica di personalità come Kennedy o Mitterrand.

Cosa vogliamo imputare al nostro Presidente? La generosità dimostrata nei confronti di ragazze più che consenzienti? Abbiamo parlato anche troppo di questa storia, meglio sarebbe approfondire questioni più serie, anziché continuare a ficcanasare tra le lenzuola del premier.

Ognuno a casa propria è libero di comportarsi come crede, se non nuoce al prossimo. E se Berlusconi trova, nel suo tempo libero, il modo per recuperare ottimismo e joie de vivre, dovremmo anzi essergliene grati: quella stessa vitalità si trasferisce nell’azione di governo, che risulta infatti ogni giorno più fertile e penetrante.

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giovedì 25 giugno 2009

Un uomo da marciapiede

Questa legislatura segnata dal marchetting si è aperta con il severo provvedimento antiprostituzione dell’autorevolissimo Ministro Carfagna. Solo adesso, con il seno di poi, riusciamo a cogliere l’importanza del provvedimento. Volevano togliere le lucciole dalle strade. Per portarle tutte a Palazzo Grazioli.
Qualche tempo fa, Eliot Spitzer, governatore di New York, si dimise dopo essere stato coinvolto in un giro di prostituzione. Il Presidente Bill Clinton per uno scandalo sessuale rischiò l'impeachment e chiese scusa agli americani per aver mentito. In Italia Silvio Sircana, portavoce di Prodi, si dimise dopo che vennero pubblicate le sue foto mentre si soffermava, lungo la strada, ammirando l'amor profano.
Da noi Silvio, freudianamente, tiene duro. Adesso gira voce che la Merkel potrebbe disertare il G8. Per l'occasione lo ribattezzeranno Punto G 8.
I produttori di fiction, sempre attenti a quanto accade nella realtà italiana, si stanno attrezzando per un adattamento tv del romanzo di Stieg Larsson. Titolo: uomini che comprano le donne.

mercoledì 24 giugno 2009

Dux and the City

Cari azionisti, oggi commettiamo un piccolo peccato di vanità.
Abbiamo raccolto le idee di questi mesi in un libro, stampato ovviamente a nostre spese, che si può acquistare on line a prezzo "popolare" al seguente indirizzo:

Grazie a tutti per il sostegno. Giulio

domenica 21 giugno 2009

I vestiti dell'imperatore

Dalle toghe rosse alle luci rosse. Dal magnate al magnaccia. Il nostro boccaccesco Presidente del Consiglio non ci fa mancare nulla in questa lunga estate calda. Apprendiamo che persino durante la storica notte elettorale in cui venne eletto Barack Obama, il capo del Governo italiano si dedicava ad altri tipi di spogli. L’aria che tira è strana, più strana del solito. Il fedele Giuliano Ferrara fa la mossa del cavallo e stigmatizza il comportamento del Berlusca in un editoriale intitolato “Un premier non si difende così”. Il Corriere della Sera ha aperto il secondo filone dell’inchiesta, dopo Repubblica. L’Avvenire, quotidiano dei vescovi, chiede chiarezza.

La barca, anzi lo yacht, sta affondando? La democrazia verrà salvata da qualche Putain de la République? Siamo al coitus interruptus? Nel frattempo, i marescialli dell’informazione tv continuano a puntellare il regime: coprendosi di ridicolo, quasi tutti i tg nascondono la notizia. Ma fino a quando potrà durare il loro gioco? Difendono il loro stipendiuccio, la loro poltroncina ma perdono la faccia. Se mai ne hanno avuta una.

Il giochino mediatico di accusare l’accusatore (stavolta è D’Alema) comincia a mostrare la corda. Se dovesse venir fuori il filmato decisivo, sarebbe difficile negare l’evidenza. Avremmo così il felice paradosso di un tycoon dei media, arrivato al potere grazie ad un controllo minuzioso dell’immagine, fatto fuori dalla camera poco candid di un cellulare. Chi di video ferisce, di video perisce.

A questo punto, non resta che iscriverci al gruppo di Facebook “Che altro deve fare Berlusconi per farti cambiare idea, trombarsi tua nonna?”. Si concluderebbe così, tra lenzuola e ricatti, la transizione italiana dal CAF al Cav. Dalla Camera dei Deputati alla camera da letto. Un’orgia di potere festeggiata con spirito dionisiaco, un delirio narcisistico, un’allucinazione catodica fascistoide, utile a verificare, una volta di più, la mediocrità della nostra classe dirigente: politicanti, manager e giornalisti hanno fatto a gara nel mostrarsi proni al potere, qualunque potere, anche il più clownesco e impresentabile.

Concludiamo riportando, tratta da Wikipedia, la sintesi della fiaba danese di Hans Christian Andersen “I vestiti nuovi dell’imperatore”:

La fiaba parla di un imperatore vanitoso, completamente dedito alla cura del suo aspetto esteriore, e in particolare del suo abbigliamento. Alcuni imbroglioni giunti in città spargono la voce di essere tessitori e di avere a disposizione un nuovo e formidabile tessuto, sottile, leggero e meraviglioso, con la peculiarità di risultare invisibile agli stolti e agli indegni.
I cortigiani inviati dal re non riescono a vederlo; ma per non essere giudicati male, riferiscono all'imperatore lodando la magnificenza del tessuto. L'imperatore, convinto, si fa preparare dagli imbroglioni un abito. Quando questo gli viene consegnato, però, l'imperatore si rende conto di non essere neppure lui in grado di vedere alcunché; come i suoi cortigiani prima di lui, anch'egli decide di fingere e di mostrarsi estasiato per il lavoro dei tessitori.
Col nuovo vestito sfila per le vie della città di fronte a una folla di cittadini che applaudono e lodano a gran voce l'eleganza del sovrano. L'incantesimo è spezzato da un bimbo che, sgranando gli occhi, grida: "ma non ha niente addosso!"; da questa frase deriverà la famosa frase fatta

« Il re è nudo! »

Prima di oggi, pensavamo che l’esclamazione fosse soltanto una metafora.

martedì 16 giugno 2009

Concorrenza sleale

"È nostro dovere operare affinché il mercato si presenti come una casa di vetro: la trasparenza ispira fiducia e garantisce la libertà di scelta dei singoli". L’ineffabile presidente dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato Antonio Catricalà nell'odierna Relazione annuale presentata a Montecitorio sembra Pinocchio nel Paese dei Balocchi. Peccato che intorno a noi non si veda zucchero filato: prosperano cartelli, corporazioni, protezionismi e monopoli mascherati.

Le sanzioni comminate in tema di scorrettezze commerciali sono pari a 52 milioni di euro, 28 milioni di euro per i procedimenti che riguardano intese restrittive della concorrenza e 3 milioni di euro per abusi di posizione dominante. Bruscolini per i rispettivi mercati di riferimento.

L’Autorità garante della concorrenza e del mercato nasce in Italia diciannove anni fa, esattamente un secolo dopo lo Sherman Act, la più antica legge antitrust degli Stati Uniti per limitare i monopoli. I risultati non ci sembrano esaltanti.

Il 1990, anno di nascita del sedicente garante del mercato concorrenziale in Italia, è lo stesso anno della legge Mammì, che ha sancito la definitiva legittimazione di Fininvest e la nascita del duopolio, con tutti i guasti che tale obbrobrio economico-giuridico ha prodotto negli anni.

Infatti abbiamo l’autorità antitrust ma abbiamo anche il trust più incredibile della storia mondiale, quello incarnato da Berlusconi. Il più grave per delicatezza del settore (la circolazione delle idee), estensione (tv, quotidiani, periodici, libri) e conseguenze storico-politiche (il conflitto di interessi): una lobby si è impadronita direttamente del potere esecutivo e legislativo.

Una situazione opprimente che si aggiunge, per fare un esempio, alle incredibili vessazioni esercitate sui consumatori da banche, assicurazioni, notai, farmacisti e tassisti e alla cronica assenza di criteri realmente meritocratici nella sfera pubblica e privata.

Altro che casa di vetro. Il nostro Antitrust alle vongole si fa però notare soprattutto per il severo perseguimento della pericolosissima pubblicità ingannevole: “false offerte di lavoro, promozioni di prodotti civetta, finte vendite sottocosto, promesse di vincita alle lotterie, proposte reticenti che alimentano il miraggio di un facile credito al consumo” e pratiche che attribuiscono "poteri miracolosi" a cibi, pillole, cosmetici.

Ciarlatani e impostori vanno puniti, ma non è questo il cuore del problema di un mercato asfittico e sostanzialmente illiberale. Ci sembra la stessa strategia adottata da “Striscia la notizia”: si colpiscono i maghi, le fattucchiere e le vannemarchi per evitare di affrontare i problemi veri. Cercando di passare, in un caso, per i paladini della controinformazione; nell’altro, per i paladini del libero mercato. Autorità non vuol dire necessariamente autorevolezza.