domenica 22 gennaio 2012

Relitto perfetto


Il gigante bianco agonizza, incertamente adagiato su un fondale, sull’orlo del precipizio. A ridurlo così non sono state le intemperie del mare d’inverno, né un guasto meccanico, né un attacco terroristico: il gigante è stato affondato dalla superbia dell’uomo, dall’ego vanesio e codardo di un comandante,  dall’assenza di regole e controlli di un sistema connivente nella superficialità e nell’imperizia.

Ci sono volte in cui la cronaca si trasfigura, diventa qualcos’altro: politica, storia. Nelle stesse ore in cui l’Italia veniva per l’ennesima volta declassata dalle agenzie di rating internazionali, il naufragio della Costa Concordia diventa una metafora esemplare, quella di un Paese alla deriva, guidato a lungo con sciatteria irresponsabile ed esibizionista, che imbarca acqua mentre ancora brinda a champagne, vestito in abito da sera. Come nel Truman Show, la nave tocca il fondale e interrompe il reality: improvvisamente, uno squarcio di verità.

La retorica fascista ci dipingeva come un popolo di eroi, santi e navigatori, salvo poi registrare un Mussolini che si traveste pateticamente per sfuggire ai partigiani e alle truppe alleate, nonché la ridicola fuga del re Vittorio Emanuele III e del maresciallo Badoglio all’alba del 9 settembre 1943. In tempi più recenti, abbiamo dovuto assistere alla disonorevole latitanza in Tunisia di un ex Presidente del Consiglio, Craxi, che si rifugiò ad Hammamet per sottrarsi alla magistratura del Paese che aveva guidato fino a pochi anni prima.


Perdere la bussola, toccare il fondo, navigare a vista: abbondano i modi di dire legati al mare per un Paese immerso nel Mediterraneo come un liquido amniotico, eternamente in fuga dalle proprie responsabilità. “Non ci sono venti favorevoli per il marinaio che non sa dove andare”, diceva Seneca: l’ostilità dell’ambiente marittimo dovrebbe ispirare saggezza e prudenza, oltre che il perseguimento di una rotta chiara e prestabilita.


Decenni di piccolo cabotaggio ci hanno fatto perdere l’orientamento. “Finché la barca va”, più di una canzoncina sanremese, è stata una filosofia esistenziale del Belpaese, un modo di essere e di pensare, un eterno tirare a campare. Adesso la barca non va più, si è incagliata: le foto ingiallite delle vittime ancora sorridenti galleggiano sugli smalti bianchi della prua; gli effetti personali dei dispersi sopravvivono a galla, a pochi metri dall’isola del Giglio, in quello stesso Mediterraneo che, con indifferente cattiveria, inghiotte i migranti sui barconi vittime dell’ingordigia degli scafisti e i crocieristi sulle navi vittime della vanagloria dei comandanti.

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