sabato 10 aprile 2010

Il sushi lo diamo al gatto

Circa 500 mila anni fa, l’ominide del Paleolitico imparò che i cibi cotti erano più saporiti, più digeribili e sicuri, oltre che più facili da masticare. I gruppi primitivi che impararono ad usare la cottura ebbero subito una notevole prosperità. Dimentichi dell’insegnamento dell’homo habilis, oggi le nostre strade sono infestate da locali nipponeggianti, pieni di personaggini cool, smart, pulp e cult, o sedicenti tali, bramosi di sfamarsi divorando pesce crudo.

Un tamarro esotismo di massa dettato dal minimalismo zen, apparentemente di moda in questi anni (salvo poi montare sul suv e andare a farsi una lampada appena usciti dal sushi bar), ma anche da più banali motivazioni caloriche: un pasto a base di sashimi e contorno di alghe consente una cenetta à la page senza strascichi adiposi.

Questa improvvisa passione per la cucina orientale avrebbe senso se fosse accompagnata da un popolo curioso, multiculturale, aperto alle novità e alle sfide del futuro; ma il sushi calato nell’immensa palude italiota, retrograda e provinciale, mette molta tristezza. New York è piena di gastronomie di tutto il mondo, quindi anche giapponesi, ma il melting pot si respira nell’aria, l’integrazione tra culture diverse è reale. Dopo aver assaporato il wasabi, escono e trovano Obama, noi la Polverini.


La colonizzazione alimentare statunitense ha trovato, nel dopoguerra, un baluardo culturale in Alberto Sordi, che poteva permettersi di dare lo yogurt al gatto e adoperare la mostarda per ammazzare le cimici, mentre inforchettava un bel piatto di maccheroni. La sua irresistibile resistenza era il contributo alla rinascita di uno spirito nazionale, con il rispetto e la valorizzazione del nostro patrimonio culturale, anche gastronomico.


Oggi non abbiamo gli stessi anticorpi: diventiamo facili prede dei format del momento, senza riuscire ad afferrarne l’essenza autentica, che pure l’arte millenaria della cucina giapponese custodisce. Sprofondiamo così negli abissi svenevoli del kitsch, per cui balliamo il tango a Valmontone, che fa subito passionalità, tra una milonga e un outlet, oppure ci facciamo un tatuaggio Maori sulla stessa mano che poi impugna la scheda elettorale per votare Lega.


Superficiali e patetici, inseguiamo miti esotici che non conosciamo e che potrebbero arricchirci, se davvero volessimo approfondirli e integrarli. Ci innamoriamo delle malinconiche imitazioni di sushi, tanghi e tatuaggi, prodotti dei voli low cost e di una globalizzazione banale e mediocre, rinnegando ridicolmente le nostre tradizioni, le uniche che ci appartengono davvero e in grado di restituirci almeno uno straccio di identità. Decisamente meglio gli italiani di ieri: eravamo semplici pastasciuttari, ma almeno orgogliosi di esserlo.

1 commento:

Bruno (di testa e di cuore) ha detto...

perfetto quadro. Condivido al 100%
Ciao