“The vehicle will be towed away”. La scritta campeggia sulle porte dei garage statunitensi, per dissuadere eventuali automobilisti indisciplinati da una sosta selvaggia. Se ti fermi lì davanti, la tua macchina se la portano via, non c’è molto altro da aggiungere. L’equivalente sulle autorimesse nostrane è il misterioso “passo carrabile”. Il passo fa venire in mente allegre marcette di reparti militari o innevati valichi alpini; carrabile è un aggettivo sibillino, fa pensare agli autocarri o ai cingolati dell’immediato dopoguerra più che ai normali autoveicoli. Immagino lo sconcerto di un automobilista straniero di fronte all’oscurità semantica di quella segnalazione stradale.
L’imperscrutabile prosa della nostra burocrazia appare goffa se confrontata al pragmatismo lessicale americano: anziché semplificare la vita quotidiana, il nostro impacciato legislatore sembra indugiare in oziose attività speculative. Il fenomeno si manifesta anche con i mezzi più scenografici, come i cartelloni elettronici che precedono, a Roma, le zone a traffico limitato. Quando compare la scritta “varco attivo”, curiosamente significa che il passaggio non è consentito.
Già la parola “varco” indica un passaggio per lo più angusto e poco agevole; l’automobilista capitolino deve quindi “aprirsi un varco” nella giungla urbana, quasi fosse nella foresta pluviale. Ma, nella lingua italiana, se il varco è attivo, vorrebbe dire che, in teoria, ci si può passare: altrimenti che razza di varco è? Ricordo il mio insegnante di italiano al liceo che ci ammoniva: “C’è un solo modo di scrivere: chiaro. Chi scrive oscuro è ignorante o è imbroglione”. Viene persino il dubbio che l’indecifrabile burocratese, giocando sulla scarsa chiarezza dell’informazione, possa aiutare a fare cassa con qualche multa in più.
La distanza dei cittadini dall’apparato pubblico ha certamente origini storiche molto complesse, che spesso fungono da alibi per perpetuarla. La scarsa trasparenza amministrativa consente ai molti furbi di passare inosservati, approfittando poi di scappatoie, interpretazioni poco univoche e ricorsi che intasano i tribunali. La celebrata “semplificazione“ del linguaggio politico degli ultimi anni non mi sembra si sia tradotta in un parallelo appianamento del lessico presente nella modulistica, nella dichiarazioni, nella segnaletica.
Il ricorso a un linguaggio astruso e poco comune sembra garantire una rendita di posizione a enti e ministeri che, solo in questo modo, possono rimanere unici sacerdoti, depositari dell’interpretazione autentica delle scartoffie che producono. La modernità di un Paese dipende anche dalla sua capacità di comunicare efficacemente con i cittadini, che non devono essere costretti a “obliterare” il biglietto della metropolitana quando potrebbero, semplicemente, timbrarlo.
Quest’estate a San Francisco, nella mitica libreria City Lights di Lawrence Ferlinghetti, culla della beat generation, mi sono imbattuto in Spectacle of Deformity – Freak Shows and Modern British Culture, interessante volume che indaga sugli anni che vanno dal 1847 all’inizio del ventesimo secolo, epoca d’oro dei freak show nel Regno Unito. Secondo la professoressa Nadya Durbach, l’esposizione di corpi deformi e mostruosi, in voga ai tempi, non va liquidata come fenomeno marginale o semplicemente voyeuristico.
Già dal medioevo, la nascita di esseri mostruosi veniva interpretata come un segno divino, per servire un particolare scopo politico, morale o religioso. Nei secoli successivi, l’esposizione live di elephant men, donne barbute, nani, giganti e gemelli siamesi, coniugava esigenze scientifiche e spettacolarizzazione, crescendo nel diciannovesimo secolo di pari passo con il diffondersi della rete ferroviaria: trasportati in treno, i mostri andavano in tournée.
I freak show raggiunsero la loro apoteosi nell’Inghilterra vittoriana ed edoardiana, testimoni repellenti di più ampie ansietà culturali legate all’instabilità del corpo: i freak erano mostruosi in quanto potevano essere allo stesso tempo maschi e femmine, bianchi e neri, adulti e bambini, umani e animali. Costituivano un rifiuto implicito di accettare l’ordine naturale, a sua volta legato all’ordine sociale, che li rendeva spaventosi e politicamente dirompenti.
In breve tempo i freak divennero un fenomeno commerciale, forma di intrattenimento a buon mercato per i sabati della nascente middle class. Offrendo il biglietto a metà prezzo per i bambini, i manager del circo Barnum, tra i più attivi organizzatori di freak show, suggerivano che si trattava di un rispettabile intrattenimento per famiglie e scuole. Oggi tutto questo appare assurdo e se ci fosse un uomo con tre gambe o un bambino con due teste a nessuno verrebbe in mente di portarlo in giro per le piazze.
Ma siamo proprio sicuri di essere totalmente vaccinati? I reality e i talent che affollano le nostre piazze catodiche sono disgraziati recipienti di persone culturalmente deformi, bambini canterini, belle e bestie, record disgustosi, tette siliconate e pettorali gonfiati dagli steroidi.
A parte il cosiddetto intrattenimento, la stessa vita politica si è deformata fino ad assumere connotati mostruosi. Per esempio, domani parte il nuovo Tg su la7 diretto da Enrico Mentana: il fatto stesso che stiamo tutti aspettando, per avere uno straccio di informazione tv decente, il lavoro di uno che ha lavorato prima sotto l’egida socialista, poi berlusconiana per molti anni, la dice lunga sul grado di servilismo cui sono arrivati tutti gli altri. Adulatori, cortigiani, trombettieri del potere che si spacciano per giornalisti, pronti a edulcorare, nascondere, mediare, compiacere anzichè informare: è questa la moderna galleria dei freak, i veri mostri dei nostri anni.
Speriamo in Mentana per avere un simulacro di informazione indipendente come speriamo in Fini per un simulacro di opposizione: un postfascista che ci deve, o dovrebbe, liberare dal neofascismo incarnato da Berlusconi. Come in una trama di fantapolitica da incubo, il mostro può essere battuto non dagli inermi avversari, bensì solo da chi ne ha condiviso a lungo le caratteristiche: ex alleati, ex dipendenti, ex moglie. Per sconfiggerlo occorre combatterlo dall’interno, come avvenne con il cavallo di Troia (ripensandoci, quest’esempio calza a pennello).
I freak show dell’Inghilterra vittoriana aiutarono ad articolare compiutamente i significati culturali connessi al concetto di alterità, chiarendo cosa voleva dire essere inglesi in un momento storico chiave per la costruzione di un’identità moderna e di un’ideologia imperialista. Forse tra un secolo una ricercatrice scriverà un libro sui mostri e sulle puttane che, a tutti i livelli, popolano l’Italia di oggi; forse dovremo aspettare allora per prendere finalmente le distanze dalla nostra postribolare vita pubblica e capire cosa significa essere cittadini e non sudditi di Sua Maestà.
“E mi domandavo se un ricordo è qualcosa che hai ancora o non piuttosto qualcosa che hai perduto.” Così Gena Rowlands chiudeva il film di Woody Allen Un’altra donna. Questi anni liquidi, appiattiti in un eterno presente, stanno fiaccando una memoria collettiva già malferma: si fatica a trovare narrazioni condivise, storie che costruiscano identità. Ignoriamo deliberatamente, o deformiamo in base alle convenienze del momento, il nostro passato. Ma solo “chi studia il passato può prevedere il futuro” (Confucio).
Stanno saltando i parametri fissati dalla storia, dalla democrazia e dal buon senso. Oggi non sappiamo se parlare di mafia è giusto, insabbiando nell’oblio Cosimo Cristina (L’Ora), Mauro De Mauro (L’Ora), Giovanni Spampinato (L’Ora e l’Unità), Peppino Impastato (Radio Aut), Mario Francese (Giornale di Sicilia), Giuseppe Fava (I Siciliani), Giancarlo Siani (Il Mattino), Mauro Rostagno (Radio Tele Cine), Beppe Alfano (La Sicilia). Non sappiamo se domani, 25 aprile, dobbiamo ringraziare i partigiani, che si sacrificarono per la nostra libertà, o quelli di Salò, che difendevano gli ultimi rigurgiti violenti del fascismo. Non sappiamo se la critica e il dissenso, come quelli espressi da Fini alla Direzione PDL, sono legittimi all’interno di un partito: l’esercizio di un pensiero autonomo può ancora interrompere i plausi e il tifo isterico dei laudatores?
La storia non siamo più noi. I progressi della medicina e della tecnologia, tra i tanti benefici, ci costringono continuamente a percepire alterazioni bioniche della timeline. Il passato, individuale e collettivo, diventa un inutile fardello: volti e corpi vengono freddati dalla chirurgia estetica in un eterno presente e Photoshop fa il resto; spinning, fitness e body building, praticati senza moderazione, rendono i loro adepti prigionieri ottusi dei propri corpi; persino un piccolo, utile comando di Word, il “ripristina” o “annulla digitazione”, ci dà l’illusione di controllare il tempo, usando la memoria del computer per farci fare, in un certo senso, un piccolo viaggio nel passato.
Alcune delle serie tv di maggior successo internazionale, come Lost o Flashforward, mettono in discussione proprio il continuum temporale, anticipate in questo dalla produzione narrativa della fine del XIX e del XX secolo, che si caratterizzava per una visione del tempo discontinua, non lineare. Il naturale processo di invecchiamento non viene accettato, l’idea della fine è continuamente rimossa e la stessa linea di demarcazione tra vita e morte si altera, rifrangendosi in mille repliche e video su YouTube.
La crisi del passato coincide con quella del futuro: non sapendo da dove veniamo non sappiamo neanche dove andare. La Chiesa, tradizionale depositaria dell’assoluto nella cultura occidentale, si dimostra attenta come non mai al potere temporale. Un effetto della secolarizzazione della società, ma anche del fatto che sempre più fedeli giudicano indegni di amministrare il proprio avvenire persone capaci di parificare pedofilia e omosessualità o preda di squallide lotte intestine, come dimostra il caso Boffo.
Diceva Bernardo di Chartres, filosofo francese del XII secolo, che siamo come “nani sulle spalle dei giganti”, per esaltare le virtù degli uomini antichi. Oggi siamo nani sulle spalle di altri nani, ed è per questo che non riusciamo a scorgere il nostro orizzonte, prigionieri di un presente che non passa.
Circa 500 mila anni fa, l’ominide del Paleolitico imparò che i cibi cotti erano più saporiti, più digeribili e sicuri, oltre che più facili da masticare. I gruppi primitivi che impararono ad usare la cottura ebbero subito una notevole prosperità. Dimentichi dell’insegnamento dell’homo habilis, oggi le nostre strade sono infestate da locali nipponeggianti, pieni di personaggini cool, smart, pulp e cult, o sedicenti tali, bramosi di sfamarsi divorando pesce crudo.
Un tamarro esotismo di massa dettato dal minimalismo zen, apparentemente di moda in questi anni (salvo poi montare sul suv e andare a farsi una lampada appena usciti dal sushi bar), ma anche da più banali motivazioni caloriche: un pasto a base di sashimi e contorno di alghe consente una cenetta à la page senza strascichi adiposi.
Questa improvvisa passione per la cucina orientale avrebbe senso se fosse accompagnata da un popolo curioso, multiculturale, aperto alle novità e alle sfide del futuro; ma il sushi calato nell’immensa palude italiota, retrograda e provinciale, mette molta tristezza. New York è piena di gastronomie di tutto il mondo, quindi anche giapponesi, ma il melting pot si respira nell’aria, l’integrazione tra culture diverse è reale. Dopo aver assaporato il wasabi, escono e trovano Obama, noi la Polverini.
La colonizzazione alimentare statunitense ha trovato, nel dopoguerra, un baluardo culturale in Alberto Sordi, che poteva permettersi di dare lo yogurt al gatto e adoperare la mostarda per ammazzare le cimici, mentre inforchettava un bel piatto di maccheroni. La sua irresistibile resistenza era il contributo alla rinascita di uno spirito nazionale, con il rispetto e la valorizzazione del nostro patrimonio culturale, anche gastronomico.
Oggi non abbiamo gli stessi anticorpi: diventiamo facili prede dei format del momento, senza riuscire ad afferrarne l’essenza autentica, che pure l’arte millenaria della cucina giapponese custodisce. Sprofondiamo così negli abissi svenevoli del kitsch, per cui balliamo il tango a Valmontone, che fa subito passionalità, tra una milonga e un outlet, oppure ci facciamo un tatuaggio Maori sulla stessa mano che poi impugna la scheda elettorale per votare Lega.
Superficiali e patetici, inseguiamo miti esotici che non conosciamo e che potrebbero arricchirci, se davvero volessimo approfondirli e integrarli. Ci innamoriamo delle malinconiche imitazioni di sushi, tanghi e tatuaggi, prodotti dei voli low cost e di una globalizzazione banale e mediocre, rinnegando ridicolmente le nostre tradizioni, le uniche che ci appartengono davvero e in grado di restituirci almeno uno straccio di identità. Decisamente meglio gli italiani di ieri: eravamo semplici pastasciuttari, ma almeno orgogliosi di esserlo.
In Raiset vanno di gran moda gli show a base di bambini canterini: le giovani ugole hanno un effetto balsamico sugli ascolti dei decotti sabati sera generalisti. La sinistra padronanza del mezzo dimostrata dai fanciulli rende lo spettacolo, a un occhio più smaliziato, tutt’altro che rassicurante: il piglio luciferino e l’occhio fisso, dritto in telecamera li fanno sembrare già arsi dal sacro fuoco della tv, posseduti dal demonio catodico.
Secondo un'antica tradizione ebraica, Satana è colui che si fa grande con i piccoli e piccolo con i grandi: diabolica affinità con questi minuscoli esserini, che esibiscono orgogliosamente timbri e movenze da consumati chansonnier, e con adulti giuggioloni, spesso ridotti a stadio infantile, eterni Peter Pan.
Bambini e cuccioli sono sempre stati usati a man bassa da cinema, tv e pubblicità in tempi di crisi creativa: rappresentano la scorciatoia facile per racimolare consensi e quattrini, arrivando al cuore della gggente con innocente cupidigia, tra zecchini d’oro e piccoli fans, ragazzi che si restringono o che perdono aerei, bimbi belli, amici a quattro zampe ed emuli di Shirley Temple.
A proposito dell’enfant prodige del cinema americano degli anni ’30, Fruttero e Lucentini notarono in un celebre articolo, ironicamente intitolato Heil Shirley!, un’inquietante analogia: "Non c'è un rapporto diretto e dimostrabile tra Shirley Temple e Adolf Hitler, tra i riccioli d'oro e le camere a gas. Ma gli anni sono pur quelli e l'occhio del postero distingue ormai senza sforzo dietro il mostruoso dittatore urlante la mostruosa frugoletta che canta le sue canzoncine. Piacevano, piacevano entrambi, piacevano irrazionalmente, cultisticamente, totalmente. Entrambi pescavano in quella cupa palude dove la massima sdolcinatezza confina con la massima ferocia, e forse la provoca".
E’ il rischio di parlare alle pance anziché alle teste: si deprime il senso critico, lasciando che le scelte e i gusti vengano orientati dalla pura emotività. La politica si fa spettacolo e lo spettacolo politica, in un intreccio incestuoso dove i veri bambini sono in realtà i cittadini, trattati come pre-adolescenti, ascoltano da anni le stesse favole e gli va bene così. Anche la propaganda ha sempre sfruttato il meccanismo, lasciando che i peggiori dittatori si facessero ritrarre con un frugolo in braccio di fronte alla folla: chi accarezza un bimbo, o gli concede un prime-time, non può essere così cattivo.
I piccoli televisivi nostrani diventano un format, affrontano la diretta con navigato senso del palcoscenico, facendo inevitabilmente ricordare l’Anna Magnani di Bellissima, disposta a tutto pur di garantire alla figlia il successo a Cinecittà. Immaginiamo con malinconia le ansie da prestazione canora dei genitori di oggi, mentre selezionano il guardaroba fighetto per la prole e li accompagnano a prove e provini, pronti a farli sgolare per sparare imberbi acuti nel microfono e nei nostri timpani.
Padri e madri sognano per le loro creature un futuro nel dorato mondo dello show-biz, ma non sanno di essere solo comparse in un romanzo scritto da qualcun altro, meccanismo minore, in tutti i sensi: gran parte di quei pargoli faranno i ragionieri o andranno a cantare al massimo in qualche matrimonio a Vibo Valentia. Privi di difesa, vittime di famiglie distratte e scuole inadeguate, vengono strumentalizzati dagli strateghi del palinsesto delle nostre vite, negli studi tv e negli oratori, prima ancora di affacciarsi al mondo con la necessaria consapevolezza.
E quasi per sbaglio Eddie scoprì una delle grandi verità della sua infanzia: i veri mostri sono gli adulti. (Stephen King)