venerdì 4 settembre 2009

I centri commerciali sono di sinistra

Domenica d’agosto, Roma deserta. Tornati dalle vacanze, il frigo è vuoto e fa un caldo beduino. Vicino casa ha aperto un enorme centro commerciale. Uno di quelli che la vulgata progressista-snob definisce “mostri”. Ci andiamo. Troviamo un’oasi di aria condizionata, negozi aperti e riforniti, ristoranti. Ci rifocilliamo, facciamo la spesa e, visto che c’è un parrucchiere unisex aperto, ci tagliamo pure i capelli.

I centri commerciali in genere vengono demonizzati, in nome delle “botteghe di una volta”. Peccato che, quella domenica, bottegai e artigiani stessero (giustamente) con la pancia all’aria su qualche spiaggia. Mentre nel “mostruoso” centro commerciale centinaia di commessi lavoravano a pieno ritmo. Offrendo ristoro e frescura a quanti, persi per vari motivi nella calura cittadina, non avrebbero altrimenti saputo a che santo votarsi.

Famiglie con bambini, anziani, giovani coppie appena tornate dalle vacanze trovano in questi giganteschi shopping mall risposte concrete alle loro esigenze di vita. Quelli che li detestano in genere abitano in centro, d’estate stanno a Capalbio e magari hanno la filippina per fare la spesa. Oppure sono contrari ideologicamente. La distanza delle cosiddette élites dalle esigenze del popolo, della classe media, dell’uomo della strada, insomma della gente, è sempre più siderale.

Chiusi nel loro autocompiacimento onanista, non si accorgono che le persone invece apprezzano in massa le nuove soluzioni che il mercato offre. Le offerte si sommano, non si elidono, se quelle vecchie hanno la forza per sopravvivere. Lasciare etichettare questi posti come “non-luoghi”, secondo una presuntuosa dottrina di antropologia culturale, o peggio come luoghi “di destra”, è l’ennesima inerzia mentale di una minoranza miope. Sempre più incapace di comprendere la modernità, preferisce rifugiarsi in qualche nicchia amniotica anziché misurarsi con la vera sfida: cercare di coniugare la qualità con la quantità. Più o meno lo stesso errore commesso, trent’anni fa, con le televisioni, commerciali anche quelle. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. O almeno di quelli che ancora riescono a vedere.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

l'antropologia culturale contemporanea li studia i centri commerciali, non li demonizza affatto.
In Italia, la cattedra di antropologia culturale del prof. Massimo Canevacci (Sapienza di Roma) li studia da anni.

saluti :)

Fulvio Rosa ha detto...

Beh, il motivo per cui io li detesto è che sono, almeno in Italia, tutti uguali...con gli stessi negozi, articoli e prezzi... Poi se parliamo della possibilità di fare una passeggiata al fresco quando fa caldo, o al riparo per il temporale, allora posso essere daccordo, ma per lo shopping è meglio la piccola bottega o, in alternativa, il vasto mondo del web dove puoi trovare prodotti che in Italia neppure esistono (es. Sciroppo d'acero, Dr Pepper, etc.) o prodotti che esistono ma a prezzi + convenienti... saluti...

alessandra ha detto...

meno male che ci sono i non luoghi - aiutano a non pensare - li adoro, come la colazione all'autogrill..